Hamsik: “Lascio il calcio solo dopo aver vinto lo Scudetto col Napoli! I fischi li ho già dimenticati e sulla Coppa…”

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Bene, bravo, otto e mezzo: partendo dal sottoscala, la serie A che Napoli aveva appena ritrovato, e approdando nel futuro di Doha, tra un calcio stellare, nobilitato dalla «Vecchia Signora» e dall’emozioni d’una sfida che resta a modo suo un cult. Il mondo scrutato da Marekiaro è nel riflesso scintillante della Supercoppa, in quella dimensione onirica sorta nell’estate del 2007 e attraversata a cresta alta sino in Qatar, nella scelta di vita di starsene qua, perché la felicità è un dono da cogliere e custodire. «E io e la mia famiglia qui ci stiamo bene». Si scrive Hamsik e si ripensa al Napoli, a ciò ch’è stato e a quel che vuol diventare, ai sogni d’un uomo (mai stato bambino) che s’è messo in testa un’idea meravigliosa: «Vincere uno scudetto, vincerlo qua». Si (ri)scrive Hamsik e si rilegge la storia – ma sul serio – racchiusa nelle statistiche, in quei numeri che hanno un’anima e l’esprimono a modo loro, attraversando il passato, danzando sul presente e lanciandosi in quel futuro ch’è una cartolina con vista sull’ignoto ma ha una dedica tenerissima. «Questa è la mia seconda casa, ma un giorno tornerò in Slovacchia. Qui vorrei conquistare tre cose e se per caso Lavezzi dovesse tornare e mi toccasse sfidarlo, io lo abbraccerei. Napoli mi ha aiutato a crescere». Perché i “figli so’ piezz e core”, se si chiamano Marek Hamsik.
Il suo “triplete”, Hamsik è in bacheca.
«Tre Coppe in due anni, a Napoli dove non si riusciva a vincere non da quando. Sono soddisfazioni anche queste, e grosse, e dentro noi avvertiamo sempre il desiderio di migliorarci».
Non le basta, non le può bastare.
«Il desiderio è altro ancora, inutile nasconderlo: ma lo scudetto per quest’anno mi sembra lontanissimo, Juventus e Roma stanno facendo bene e ognuno ha i punti che merita. Però ho una carriera davanti».
E tre stagioni ancora di contratto.
«Quando scadrà quello in corso, avrò trentuno anni. Io con la testa sto qua, non altrove. Penso che sarebbe bello vincere un campionato a Napoli, ma penso sia bello continuare comunque a farlo magari anche in coppa».
Varsavia è bella.
«Ed io non ho mai giocato in quello stadio. Ma la strada è lunga, prima dobbiamo superare il Trabzonspor. E comunque non mi dispiacerebbe andare a giocarmela, se è questo che vuole le dica».
Vorremmo capire…
«C’è poco da scoprire: io qua sono felice, e penso di averlo detto talmente tante volte che ormai lo sanno anche le pietre. Fino al 2018 sono con il Napoli e non penso ad altro. Lavoro per migliorarmi, per crescere con questo club che in dieci anni è passato dal nulla a tre trofei. E’ il segnale della continuità, di un progetto che De Laurentiis ha sviluppato e del quale sono onorato di esserne un rappresentante».
Lei si butta giù…
«Ma no, conosco la storia del Napoli e voglio farne sempre più parte. So quante presenze, so cosa dicono le classifiche: ecco, dovessi indicarle un altro traguardo, ora le direi che sarei orgoglioso di toccare i cento gol con questa maglia»».
Così vedrebbe Maradona da vicino…
«Non male: e poi cento reti sarebbero un’enormità, un prestigioso obiettivo che darebbe ulteriore lustro a questa mia scelta di vita».
Otto anni…
«Vedo le foto e mi sembro cambiato di poco. Ma dentro sono un altro: qui sono diventato uomo, ho scoperto la maturità, mi sento diverso, più grande. Però so anche che ho margini di miglioramento e li voglio cogliere».
Si è stufato di sentir dire: non è lui per colpa del modulo?
«Ci ho fatto l’abitudine e poi ormai conosco la vita, so come va. E comunque il sistema è questo, 4-2-3-1, dunque sono io che devo essere sempre più idoneo ai movimenti».
Se le diciamo che Doha ha rappresentato la sua miglior espressione di calcio dell’ultimo periodo siamo lontani dalla verità?
«Vicinissimi. Perché sono piaciuto anche a me, che in genere sono molto critico verso me stesso. E’ stata una bella serata, una prestazione che mi ha soddisfatto».
E una nuova affermazione sulla Juventus.
«E’ la squadra da battere, la rivale che maggiormente infiamma la gente. In Qatar è stata una sensazione piacevole, al di là del risultato, forse questo è il nuovo calcio, che ha bisogno di altre frontiere, però è stata dura giocare senza i nostri tifosi: loro fanno la differenza».
Nonostante qualcuno l’abbia fischiata…
«Ma io ho dimenticato un secondo dopo. Vuole che non lasci al sostenitore la libertà di esprimersi? Ci sta, succede, ma qui si gioca ogni tre giorni e la possibilità di rimettersi in mostra è immediata: per me l’Hamsik della finale della Supercoppa è andato bene, come voleva andasse».
Perché Napoli-Juventus, che si rigiocherà l’undici gennaio, è diversa?
«Per tanti e vari motivi. Perché loro sono i più forti, perché ci sono ragioni che appartengono al passato, perché battere i migliori dà una gioia maggiore. E per me, invece: perché riesco spesso a fargli gol, penso siano quelli a cui ne ho segnato di più, e le motivazioni nascono da sole. Ma tra sette giorni sarà una nuova partita, si ricomincia da 0-0».
Tre coppe…
«E due capitano del Napoli, dunque potendole alzare al cielo. Con la Fiorentina probabilmente partivamo da favoriti, ma le altre due con la Juventus no: eppure ce l’abbiamo fatta, regalando emozioni che restano a Napoli ed a noi stessi».
Gerrard lascerà il Liverpool, dopo che Lampard si è separato dal Chelsea. 
«Ma le bandiere esistono e loro due lo sono state. Poi ci sono fasi della nostra esistenza in cui bisogna cambiare o diventa inevitabile farlo o semplicemente accade. Io ho capito la sua provocazione: ma sono qui da otto anni, ci sono arrivato che ero un bambino ed ora ho due figli, fino al 2018 sono legato al Napoli. Non sono distratto da nessun’altra divagazione».
La Champions le manca?
«Ci è mancata ma ce ne siamo fatti una ragione. E’ stata dura ma l’abbiamo dimenticata. Ora puntiamo a riconquistarla, perché la nostra dimensione pensiamo possa essere quella; o perlomeno quella è una aspirazione, immagino legittima».
Benitez le chiede…?
«La continuità nelle prestazioni che inseguo anche io. Mi impegno ogni giorno per raggiungerla».
Rimpianti ne ha?
«Ce ne sono sempre, anche ora che abbiamo lasciato di nuovo troppi punti contro le cosiddette provinciali. Sa dove saremmo altrimenti…».
E quello scudetto del 2011? Alla trentaduesima eravate a tre punti dal Milan.
«Vuole che non ne abbia? Però ormai è un ricordo, è stato bello….».
E se tornasse Lavezzi in Italia…?
«Lo leggo, lo scrivete ma a me piacerebbe – come credo ad ognuno dei nostri tifosi – tornasse a Napoli».
Lei sa che non si può, l’ha detto De Laurentiis, dunque se dovesse ritrovarselo da avversario che fa, gli molla un amichevole pestone per fermarlo?
«No, no, io il Pocho lo abbraccerei».
Il miglior calciatore al mondo?
«I numeri, e non solo quelli, dicono Cristiano Ronaldo. E’ impressionante, in questo momento più di Messi».
E Hamsik da vecchio cosa farà?
«Torno in Patria, a casa mia. Del 2014 ricordo non solo le finali, ma anche la gara di Bratislava: io sembro freddo, invece sono semplicemente tranquillo, ma quel giorno, quando abbiamo giocato dove c’era la mia infanzia, ho provato dentro di me qualcosa di nostalgico. E quando non giocherò, comincerò ad allenare. Ho imparato talmente tanto in Italia, di tattica soprattutto, che voglio sfruttare gl’insegnamenti ricevuti e provare anche a metterli in pratica. Ma non abbiate fretta».
Ma prima che finisca questo Hamsik?
«Per l’immediato, la qualificazione in Champions; poi: superare la soglia dei cento gol in maglia azzurra; e infine, vorrei lasciare il calcio però soltanto dopo aver vinto lo scudetto con la maglia del Napoli».
Fonte: Corriere dello Sport

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