25 anni senza Brera, linguista del calcio italiano

“Dopo minuti di melina arriva il forcing finale: disimpegno del centrocampista che serve Rombo di tuono, il goleador sfrutta la palla gol e incorna uccellando il portiere”. Se non fosse mai nato Gianni Brera, di questa frase rimarrebbe soltanto “Dopo minuti di arriva il finale: del che serve sfrutta la portiere”. Il resto delle parole che completano e danno un senso alle righe precedenti sono invenzioni del celebre giornalista, scrittore e linguista nato a San Zenone al Po. Nessuno più di lui ha saputo personalizzare il linguaggio del calcio: i suoi neologismi, le sue espressioni e i suoi soprannomi sono ancora attuali e alcuni di questi sono entrati a far parte del dizionario della lingua italiana. Tuttavia, non sempre fu apprezzato e non mancarono neppure scontri con alcuni grandi protagonisti della nostra Serie A come Gianni Rivera o Arrigo Sacchi. Loro furono tra le “vittime” della personale interpretazione che Brera aveva di questo sport. Una visione legata alle radici più profonde, o per certi versi antiquate, del calcio “all’italiana”. 

Abatino, Rombo di tuono, Bonimba

Se oggi ci sono il “Pipita”, la “Joya” e tanti altri soprannomi, prevalentemente di origine sudamericana e prestati dalla lingua spagnola, che spopolano tra i calciatori della nostra Serie A, negli anni ’60 e ’70 c’era una sola persona capace di rendere immortali i nomignoli dei fuoriclasse di quei tempi: Gianni Brera. Così, dalla sua penna, nacquero “Abatino” (Gianni Rivera), “Rombo di tuono” (Gigi Riva) e “Bonimba” (Roberto Boninsegna). Il fantasista del Milan, in realtà, non gradì mai il soprannome che gli aveva affibbiato il giornalista lombardo.  Definendolo “Abatino”, infatti, voleva enfatizzare la fragile eleganza del numero 10 rossonero. Un piccolo abate, appunto, senza eccessi fuori dal campo e con poca presenza fisica sul rettangolo verde: stiloso, così tanto da sembrare quasi finto. Va da sé che Rivera non amò questo soprannome, anche perché la sua carriera ha risposto per lui. Molto più positivo, invece, l’appellativo che Brera diede ad un altro campione del calcio italiano di quegli anni: Gigi Riva. L’ex centravanti del Cagliari era e sarà poi per sempre “Rombo di tuono” per via della potenza e del suo sinistro. Piede mancino che utilizzava prevalentemente anche Roberto Boninsegna, per tutti “Bonimba”, grazie alla fantasia di Brera, ovviamente. Il linguista lombardo spiegò a lui stesso il perché di questo soprannome: “Perché hai il culo basso e quando corri mi ricordi Bagonghi, un nano da circo”. “Bonimba”, infatti, altro non era che la crasi tra il cognome dell’attaccante e il termine, piuttosto inusuale, con cui si definivano i nani che lavoravano nei circhi e che veniva utilizzato anche come aggettivo per descrivere, appunto, un uomo piccolo e sgraziato. 

Fonte: SkySport

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