di Vincenzo Letizia
Il Napoli di Conte è un rebus senza soluzione, o meglio: un rebus che non vale la pena di risolvere. Gioca, si fa per dire, con il freno a mano tirato, senza mordente, la palla che torna costantemente al portiere come un cane bastonato al padrone. Una monotonia che non è più prudenza, ma resa estetica. Se non fosse per quello scudetto vinto, Conte rischierebbe di entrare nei libri neri della storia del Napoli — non per i risultati, ma per la bruttezza del suo calcio.
La squadra è scarica, stanca, svuotata. La formazione titolare, la stessa vista in Champions contro l’Eintracht, sembrava un replay stinto. Il tecnico bolognese del Bologna, Italiano, ha cambiato sei uomini e ha vinto la partita della freschezza, dell’intelligenza. Conte, invece, resta prigioniero delle sue ossessioni tattiche, incapace di inventare una contromossa offensiva, un sussulto, un’idea. Gioca sempre allo stesso modo, anche quando serve il coraggio.
Eppure parliamo di un Napoli che avrebbe talento, alternative, soluzioni. Ma Conte non si fida delle seconde linee — quelle stesse che ha approvato di suo pugno. Il risultato è un gruppo spremuto, senza più ‘cazzimma’, senza grinta. Un esercito stanco che non spara più, neanche a porta vuota.
Non un tiro degno di nota, non un segnale di ribellione. Con un portiere giovane e inesperto davanti, il Napoli non ha nemmeno provato a fargli sporcare i guanti. È un calcio che non solo non diverte, ma non compete. “Vis sine ferocia nihil est.” La forza, senza ferocia, è nulla. E se il calcio di Conte perde grinta e cattiveria, perde anche la sua unica vera forza: quella dell’anima.
E questo, per una piazza come Napoli, è il più grave dei peccati.