Undici metri di storia: Higuain fallisce dal dischetto come Maradona, Lavezzi e Cavani

«Un giocatore lo vedi dal coraggio…» . E il Pipita ne ha avuto. S’è alzato di scatto. Sicuro, deciso, con la convinzione di chi deve calciare. S’è preso il pallone, l’ha messo a terra. Ha guardato il portiere. Ha mirato l’angolo alto. Ed è lì che l’ha tirato: preciso, forte, angolato. Eppure c’era Bardi che l’aspettava. E le sue mani: lunghe, grosse, distese. Rigore parato più che sbagliato. Ma che vuoi che cambi. La sliding doors di una partita maledetta è tutta lì. Undici metri di rabbia, dischetto rosso. E non è la prima volta. «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore» . Higuain non s’è mai tirato dietro. E neanche aveva mai sbagliato. Freddo. Lucido. Bomber. Un anno fa col Torino ne segnò due nella stessa partita. E fece gol anche a Cagliari e Bologna. Infallibile fin qui. Poi il Chievo, il sortilegio che si ripete. Pure dal dischetto. Dieci marzo 2013, stadio Bentegodi quella volta. Cavani puntò l’angolino. Puggioni ci arrivò come una molla. Ed esultò. Finì due a zero, reti di Dramé e Thereau. Juve a più nove in classifica e di fatto scudetto. Undici metri di storie. Campioni improvvisamente maldestri. La tensione che si avvinghia all’anima e fa venire la tremarella ai piedi. La porta si fa piccola, il portiere diventa un gigante. «Sbaglia solo chi li tira» . E Lavezzi calciò. Poi pianse a dirotto. Coppa Italia: Juventus avanti, Napoli fuori… Pier Paolo Marino se lo abbracciò nello spogliatoio. Gli raccontò di quando Maradona prese il palo a Tolosa. Era il 1986. E quell’anno il Napoli vinse il suo primo scudetto. Il Pocho abbozzò una smorfia. Sorrise. Sperò nel destino, in una coincidenza balistica. Superò il momento. Ma mai il turno. Errore pure con l’Inter, quarti di finale stavolta. E ancora lacrime. Asciugate dall’amico Zanetti. Si rifece all’Olimpico di Roma, in finale: 20/5/2012. Scatto, guizzo e giù ruzzolando a terra. Rigore solo conquistato. Ma bene uguale. Tirò Edinson Cavani. Per la Coppa. Il Matador cecchino (quasi) infallibile: 104 reti in tre anni. Un repertorio completo. Faceva gol in tutti i modi. Ma dagli unidici metri che patimenti. Udinese, Parma, Siena: rincorsa, saltello, parata dei portieri e mani sul volto. La reazione, incontrollabile. Spesso sorprendente. Quella del San Paolo per Marek Hamsik fu un atto d’amore. Napoli-Cagliari la notte dei sentimenti. Lo slovacco non segnava da mesi. Smarrito, abulico. Irriconoscibile. Poi il rigore. E il popolo di Fuorigrotta chiama lui. «Marek, Marek, Marek». Lo invoca, lo battezza, lo spinge. Hamsik non è uno specialista e le cifre sono zavorre ai piedi. Con Inter e Juventus ne ha sbagliati due di fila. E così anche con Udinese e Torino: il 57,1% del totale rigori calciati li ha falliti. L’affetto del San Paolo è però più forte delle statistiche. I cinquantamila ammutoliscono. Fischio dell’arbitro, due passi e tiro. Traversa scheggiata. Il tabù rigori resta. Ma di più, molto di più, l’amore della gente.

Corriere dello Sport

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