Il commento di Corbo: “L’altra faccia della squadra. Ritmi bassi, palleggio sicuro: un modello che fa scuola

TRANQUILLO come i suoi ritmi di gioco, il Napoli ha atteso la notturna della Juve senza neanche fantasticare il distacco. La settima vittoria in serie A ed il primato a punteggio pieno scivolano nella sua indifferenza. Questa serenità segnala una forza matura, la certezza di dover regolare i conti per lo scudetto senza fretta né ansie, non subito, ma di riuscirvi stavolta perché ogni vittoria lascia nuovi tratti della sua grandezza. Ieri almeno due: Hamsik e una quieta potenza. Il Cagliari, persino soddisfatto di averne presi solo tre, ha assistito al risveglio di Hamsik. Il Napoli è stato così forte finora da aver giocato e vinto con il suo capitano assente e tuttavia in campo, perché Sarri è riuscito a tirarlo fuori da una misteriosa crisi facendolo sempre giocare, senza mai sconfinare nell’accanimento terapeutico. Ora Hamsik può dirsi ritrovato, dopo soli 4’ è stato lui ad avvertire il Cagliari che era atterrato in uno stadio senza speranze. Il gol lo porta ad un gradino da Maradona in una classifica surreale, perché solo un giocatore onesto con se stesso, quindi Hamsik, può capire quanto sia distante da Diego. I miti sono lassù, oltre ogni cifra e raffronto. Il gol realizzato con il movimento che da tempo Sarri richiedeva. L’inserimento tra Insigne e Mertens in quel mulinello vorticoso, il terminale della corrente di sinistra. Nitido, tagliente, essenziale si è rivisto Hamsik in quella zona, dove entra in sintonia con l’intelligenza creativa di Mertens, il solo che sappia sradicare la palla da due zolle di terra in area e proporre assist illuminanti. L’altra novità, oltre Hamsik, è l’atteggiamento del

Napoli in campo, già evidente nella vittoria di Champions con il Feyenoord. Sa vincere con i ritmi bassi. Si diceva: questo Napoli prevale solo se gioca tutta la partita con la sesta. Il possesso palla (73% contro 27 %)) e la vittoria indiscussa dicono qualcosa di inedito. Il Napoli pur senza correre a 200 orari ha il dominio della partita. Un motivo c’è. I ripetitivi allenamenti, i meccanismi ormai acquisiti, quell’intendersi e muoversi ad occhi chiusi rende il Napoli irresistibile. Migliore il palleggio, più basso il rischio di perdere palla con trame brevi e ritmiche. Se Corrado Viciani e Maurizio Sarri avessero avuto tempo ma anche giocatori così tenici e pazienti, il gioco corto della Ternana a metà degli anni ‘70 e quello recente dell’Empoli sarebbero diventati subito modelli tattici di un calcio spettacolare e vincente. Quello del Napoli adesso lo è. Molte partite di A consigliano ai giocatori di spegnere il televisore. Il rischio è disimparare. Un dislivello imbarazzante: 9 club su 20 non superano i 7 punti, il terzo dei 21 raccolti dal Napoli. Modesti anche i piani degli allenatori: Rastelli non ha bloccato Jorginho con Pavoletti, né raddoppiato sulle fasce, ma creato inutile densità al centro con un 4-4-1-1 abbozzato e rinnegato. Quanto può durare questo momento così felice, nessuno può dirlo e solo Sarri deciderlo. Lodevole la rinuncia ad un turn over prestabilito: oggi tu, domani lui. Trovata ormai la formazione. Occorre solo dosare le energie e capire se e quando inserire Zielinski, Rog e Ounas. Un errore programmare i turni di riposo o distinguere tra A e Champions. Lo scudetto ha poche regole ma certe: indovinare spesso, sbagliare mai.

Antonio Corbo per Repubblica 

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